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articolo su Ritorno al Lago Madre
articolo di Giovanna Pandolfelli Pubblicato il 08-03-2026 su SoloLibri.net (https://www.sololibri.net/Ritorno-al-Lago-Madre-Francesca-Rosati-Freeman.html?fbclid=IwZnRzaAQahjRleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZAo2NjI4NTY4Mzc5AAEeSEe6l928s60wHze7zeAB6OkX2e4GTusazh2rathy6yGlSdTnloaMR_Mqo6k_aem_qDgTe4ltnihSfNgCjg_abQ)
Ritorno al Lago Madre di Francesca Rosati Freeman
Multimage, 2025 - Le donne Moso come paradigma alternativo per un 8 marzo che conti davvero; una proposta insolita per celebrare la Giornata Internazionale dei Diritti delle Donne con un libro che narra di una società matrilineare.
In Ritorno al Lago Madre (Multimage, 2025), Francesca Rosati Freeman, già autrice di altre opere sull’argomento, ci accompagna tra le donne dei Moso, rivelando una società in cui il concetto stesso di proprietà — sia di beni che di persone — è inesistente. Rosati Freeman ci introduce a un concetto di matriarcato che non è opposto al patriarcato, ovvero non si parla di potere rovesciato ma piuttosto di matrilinearità, che caratterizza l’organizzazione sociale dei Moso, minoranza etnica situata nel sud-ovest della Cina. Si tratta di una società egalitaria a livello di gerarchia, in cui il lavoro è distribuito indipendentemente dal sesso di appartenenza. Nessuno detiene il potere nel senso occidentale del termine.
Quello della Dabu ([a donna anziana e rispettata, ndr] non è potere, ma potenza e questo titolo si conquista con gli anni e con l’esperienza, con la capacità di custodire la pace. Non è un titolo da esibire.
Una simile filosofia esistenziale non lascia spazio alla violenza che nasce dal desiderio di supremazia sull’altro. L’assenza di gerarchia permette a tutti di sentirsi accolti e ascoltati nel contesto di un obiettivo comune di armonia.
[anche nel gioco, ndr] non esisteva competizione rigida, né un ordine imposto; i ruoli cambiavano e si mescolavano. Anche nei giochi fisici – corsa, tocco, cattura – non c’era violenza. I bambini crescevano senza l’idea di dominio.
La vita si organizza secondo la linea femminile, sono le donne ad occuparsi della casa e di mantenere vivo il fuoco domestico, fisicamente e simbolicamente sempre acceso. La discendenza, l’abitazione e la cura dei figli seguono linee femminili: non esistono vincoli legali, né coppie. I legami affettivi e sessuali si instaurano liberamente, mentre i figli crescono nella casa materna, accuditi non da un genitore unico, ma dall’intera rete di donne della famiglia.
Essere “Dabu” è una responsabilità, bisogna saper gestire una famiglia numerosa e garantirle prosperità senza esclusione o discriminazione. Non è avere lo scettro del comando, è saper tenere acceso il fuoco.
A leggere questa citazione verrebbe da chiedere: non è forse quello che facciamo noi donne in Occidente? Non ci arrabattiamo tra lavoro e famiglia, nel tentativo di accontentare tutti, garantire prosperità, cura, affetto, senza far mancare nulla a nessuno? Dove sta allora la differenza? La differenza sta nel fatto che il ruolo delle donne in questa società viene riconosciuto, valorizzato, mai messo in discussione. Non si tratta appunto di potere, si tratta di riconoscimento, non a parole, non con una giornata celebrativa all’anno a cui peraltro si è dovuta aggiungere la giornata contro la violenza sulle donne, a riprova che siamo lontane da un pieno riconoscimento egalitario del ruolo femminile.
Dunque una società matrilineare non cerca supremazia sull’uomo, non cerca di rovesciare i paradigmi di prevaricazione esistenti, né cerca di trasformare il femminile attribuendogli ruoli maschili, ma semplicemente riconosce il valore del femminile tale come la natura lo propone. Se la donna è preposta alla cura, nella società matrilineare la cura diventa il nucleo della società stessa. Non è un ruolo relegato ad un livello inferiore rispetto al potere economico, tipicamente maschile. La cura della casa e dei figli è lavoro e garantisce la continuità della famiglia. Allo stesso modo le donne, come gli uomini, lavorano nei campi e contribuiscono al benessere collettivo.
Rosati Freeman sottolinea la perdita di ruolo degli uomini nel crescente turismo che sta giungendo fino a questi orizzonti lontani, portando un benessere economico che permette a taluni membri, maschi e femmine, di andare a studiare altrove (e spesso tornare), ma sta privando gli uomini di una delle loro attività principali che era la costruzione di case in legno, a favore di prefabbricati per il turismo. Uno spaesamento esistenziale che dipende dal trascorrere del tempo e dal sopraggiungere di nuove forme di sostentamento, ma che non ha nulla a che vedere con l’organizzazione matrilineare della società che persiste finora nonostante tutto.
In questo contesto, le figure maschili non scompaiono, ma cambiano ruolo: zii e fratelli delle donne diventano i punti di riferimento affettivi e sociali, senza esercitare controllo o dominio. Il padre biologico non ha obblighi verso i figli né verso la loro madre, ma non gode neppure di diritti come si intendono in Occidente. Il concetto di genitorialità è totalmente stravolto, così come lo sono le conseguenze sociali di separazioni come i litigi per la custodia. I figli crescono nella casa materna circondati dalle cure delle donne, della madre biologica, ma anche delle sue sorelle, le zie, e della nonna, custode della memoria.
Note per la loro "libertà sessuale" (secondo il concetto occidentale), le donne Moso intraprendono relazioni con un partner accogliendolo nella loro stanza di notte, vivendo poi di giorno separatamente, ognuno a casa della propria madre, con le donne della propria famiglia. Non esiste vincolo, la relazione dura finché c’è volontà da parte di entrambi. Una donna può avere numerosi partner nella vita e figli da uomini diversi senza essere giudicata. L’unione libera presso i Moso si basa sul “consenso e sulla visita notturna dell’amato, senza matrimonio né coabitazione”. Da qui si evince che il concetto di madre single della società occidentale non ha motivo di esistere in questo contesto, sia per l’assenza della coppia come costrutto culturale, sia per l’approccio collettivo all’educazione dei figli.
Anche i Moso hanno una figura simbolica di riferimento assimilabile alla Grande Madre: Gammu, la dea Madre, antenata primordiale che abita la grotta della montagna sacra e protegge il popolo dei Moso. Il rapporto con la natura è strettissimo, si intreccia con il quotidiano e li accompagna in ogni fase del ciclo vitale, inclusa la malattia e la morte come parti integranti del viaggio, di cui le donne si fanno mediatrici.
Il femminile è principio di mediazione e di rinascita, custode del passaggio fra i mondi e del legame con gli antenati.
La donna è rispettata nella sua interezza e nella sua specificità, non c’è giudizio. Questo invita a riflettere su quanto giudizio, implicito e non, la società occidentale eserciti sulla donna. I valori maschili sono applicati al mondo femminile incuranti del valore intrinseco del sapere antico di cui è custode la donna.
I saperi corporei, erboristici e relazionali delle donne furono sistematicamente espropriati durante la transizione al capitalismo. Quella sapienza incarnata era vista come pericolosa. Così fu inventata la strega...
Tra i Moso si celebrano i riti di transizione con rispetto per tutti, donne e uomini. I tredici anni segnano il passaggio all’età adulta, mentre nell’intimità le donne celebrano l’arrivo del menarca. Alle giovani viene suggerito qualcosa di semplice che alle donne occidentali non è permesso:
“Ascolta il tuo corpo. Riposa se sei stanca e non avere vergogna di chiedere aiuto.”
Molte donne occidentali non sono neppure consapevoli di quanto desidererebbero ascoltare queste parole, sentirsi libere di rispettare i propri ritmi femminili.
Interessante notare che l’organizzazione sociale dei Moso crea un paradigma psicologico radicalmente diverso da quello occidentale. In una società in cui la discendenza è matrilineare, i figli crescono nella casa materna e sono accuditi da un’intera rete di donne adulte — zie, nonne, sorelle —, il senso di abbandono o di esclusione semplicemente non esiste. Così come una matrice di maternità sociale senza gerarchie affettive permette alla madre biologica di occuparsi anche di altro senza provare sensi di colpa. Qui i concetti di matrimonio, di genitorialità, di possesso dei partner o dei figli, affido e adozione non hanno ragion d’essere; le relazioni si instaurano liberamente, senza vincoli di esclusività, e le figure maschili — fratelli e zii delle donne — svolgono ruoli di riferimento e protezione senza controllo o dominio. Questa struttura sociale fa emergere immediatamente i limiti della psicologia occidentale. In particolare la psicoterapia sistemico-relazionale, che si basa sull’analisi delle dinamiche familiari per elaborare l’origine di conflitti, troverebbe qui pochi punti di applicazione in assenza di crisi di coppia, gelosie e tensioni tra partner o tra genitori e figli. Allo stesso modo, molte forme di disagio infantile tipiche dell’Occidente — ansia da separazione, sindrome da abbandono, traumi, violenza domestica — non si manifestano, perché la sicurezza emotiva è garantita dalla rete collettiva e dalla continuità affettiva matrilineare.
In generale l’approccio psicologico occidentale in una società matrilineare cambia prospettiva. I conflitti interiori, pur inerenti all’animo umano, non derivano in questo contesto da rifiuto o esclusione, ma da tensioni esistenziali o dal desiderio di realizzazione personale, che talvolta si scontra con le aspettative della comunità. In altre parole, i disturbi psichici presenti sono più legati alla ricerca di senso, alla crescita individuale e alla creatività, piuttosto che a dinamiche di gelosia, violenza o sopraffazione. Rosati Freeman dà voce ad alcuni membri della comunità che hanno dovuto rinunciare ad aspirazioni personali a favore del bene comune. Qui è un uomo che parla:
"Con i sogni interrotti è così: non rimpiangi ciò che avresti fatto, ma chi avresti potuto essere. Però tornando qui sento che questa è casa."
E ancora:
"La mia speranza? Che i bambini di domani possano scegliere: restare, partire, studiare - senza perdere la sensazione di essere attesi"
La cultura dei Moso offre così un modello di resilienza psicologica: la centralità della donna, la cura condivisa, l’assenza di possesso e la matrilinearità creano un ambiente in cui le relazioni non generano ansia, conflitto o trauma, ma sostengono lo sviluppo emotivo e sociale. Terapie di coppia, consulenze familiari o interventi per il recupero di traumi relazionali, strumenti fondamentali nella psicologia occidentale, qui perdono gran parte della loro rilevanza. Ciò non significa assenza di sfide interiori, ma indica che la presenza una struttura sociale sicura e collettiva può farsi garante del benessere psichico dei singoli.
L’esperienza dei Moso mostra che il disagio emotivo dipende in larga parte dall’organizzazione sociale e da molti concetti che sono di fatto un costrutto culturale: una struttura matrilineare, fondata sulla cura condivisa e priva di logiche di possesso, riduce conflitti e insicurezze. Ritorno al Lago Madre evidenzia come questo modello metta in discussione l’idea occidentale di famiglia, coppia e ruoli genitoriali, proponendo relazioni più pacifiche e meno gerarchiche.
Archetipicamente parlando, nella tensione tra Animus e Anima, le due polarità psichiche del femminile e del maschile di junghiana memoria che nelle società patriarcali occidentali spesso entrano in conflitto tra dominio e relazione, controllo e accoglienza, nella cultura moso sembra emergere una forma di equilibrio. Animus e Anima trovano un’armonia tra polarità che coesistono in una struttura relazionale, evocando una potenziale integrazione archetipica, una via di conciliazione alchemica dove la congiunzione tra le due istanze è possibile.
In occasione della Giornata Internazionale dei Diritti delle Donne, la lunga ricerca condotta da Rosati Freeman e narrata nei suoi libri diventa non solo una testimonianza etnografica, ma un invito a ripensare il mondo che abitiamo, a immaginare possibili alternative dove la forza non derivi dal dominio e dalla gerarchia, ma dalla cura dei legami, dal rispetto e dal riconoscimento reciproco. L’8 marzo per i Moso sarà un giorno sereno come gli altri.